Una riflessione sul biologico italiano. La parola ai numeri

Un anno quasi “bipolare”

I dati del comparto biologico per il 2025 mostrano tre tendenze divergenti. Gli italiani hanno speso 4,44 miliardi di euro in prodotti biologici, il 9,2% in più rispetto all’anno precedente. Nello stesso periodo le superfici coltivate si sono ridotte del 5,4%, con una perdita di circa 136 mila ettari, mentre le importazioni da Paesi extra Ue sono cresciute di circa un quarto. La domanda aumenta, l’offerta nazionale arretra e una parte dello spazio viene coperta dalle importazioni.

La crescita dei consumi è il dato positivo: quasi dieci punti in un anno, il miglior risultato dell’ultimo quinquennio, esclusa la fase pandemica. Segnala una maggiore presenza del biologico nelle scelte di acquisto. Il dato più critico riguarda invece la produzione: perché un settore che vende di più registra una contrazione delle superfici?

Il contributo parte dai dati su superfici, operatori, allevamenti, consumi e importazioni. Analizza quindi le possibili cause del calo delle superfici, distinguendo gli elementi documentati dalle ipotesi interpretative, e considera le principali leve utili a ridurre lo squilibrio tra domanda e produzione nazionale.

I dati del 2025

Nel 2025 il biologico italiano si contrae nei campi e cresce nel carrello. La tabella riassume i principali indicatori e la variazione rispetto al 2024 (2).

IndicatoreValore 2025Variazione sul 2024
Superficie agricola biologica (SAU bio)2.377.749 ettari−5,4%
Quota della SAU bio sul totale nazionale19,4%Contro 20,2%
Superfici già certificatecirca 1,99 milioni di ettari (stima)−0,5%
Superfici in conversionecirca 390 mila ettari (stima)−24,4%
Operatori biologici totali95.389−1,8%
Aziende agricole biologiche85.443−1,8%
Importatori597+4,0%
Operatori di acquacoltura61−4,7%
Valore dei consumi domestici4,44 miliardi di euro+9,2%
Volumi acquistatin.d. in valore assoluto+7,2%
Quota del bio sulla spesa agroalimentare4,0%+0,4 punti
Importazioni bio da Paesi terzioltre 300 mila tonnellate (Coldiretti Bio)+25/26% (FederBio, Coldiretti Bio)

Il primo dato è la dimensione della contrazione: circa 136 mila ettari in meno. Dopo quasi un decennio di crescita continua, dal 2016 al 2024, la superficie biologica registra una flessione netta.

La contrazione riguarda soprattutto le superfici in conversione, mentre quelle già certificate restano sostanzialmente stabili. Il segnale principale è quindi il rallentamento dei nuovi ingressi, più che l’uscita degli operatori già consolidati.

La domanda procede nella direzione opposta. I consumi crescono in valore e in volume, la quota del bio sulla spesa agroalimentare sale al 4% e quasi tutti i canali di vendita avanzano. Il divario tra domanda e produzione nazionale si amplia.

Anche dopo il calo, il 19,4% della superficie agricola italiana è certificata bio. Nel 2024 Ismea indicava la Spagna al 12,3%, la Germania all’11,5% e la Francia al 9,9%. L’Austria presenta una quota maggiore, circa il 27%, ma su una superficie assoluta di circa 700 mila ettari.

L’obiettivo europeo del Green Deal è il 25% di superficie biologica entro il 2030, obiettivo recepito anche dal Piano d’azione nazionale. Nel 2024 l’Italia era a poco più di cinque punti dal traguardo; nel 2025 la distanza aumenta, con un andamento di segno opposto rispetto all’obiettivo.

Le superfici: dove e cosa si è perso

Il calo del 2025 riguarda soprattutto le superfici in conversione e si concentra su prati, pascoli e foraggere. Per leggerlo è utile richiamare il funzionamento della conversione al biologico.

Un agricoltore che passa al biologico non può commercializzare subito i prodotti come biologici. Dopo la notifica e l’ingresso nel sistema di controllo deve rispettare un periodo di conversione: due anni per le colture annuali prima della semina o del pascolo, con regole specifiche per la zootecnia, e tre anni per le colture poliennali prima del primo raccolto certificabile.

Le superfici in conversione rappresentano quindi il bacino dei nuovi ingressi. Se diminuiscono del 24,4% in un anno, significa che entrano meno superfici di quante ne escano verso la certificazione o la rinuncia.

Le superfici già certificate diminuiscono invece solo dello 0,5%. La base produttiva resta quindi quasi stabile, ma il ricambio rallenta.

Figura 1 – Superfici biologiche 2025: andamento della SAU bio, ripartizione per coltura e incidenza regionale
Figura 1 – Superfici biologiche 2025: andamento della SAU bio, ripartizione per coltura e incidenza regionale. Fonte: SINAB – Ismea, infografiche Bio in Cifre 2026, pag. 1.

La SAU biologica del 2025 è composta come segue:

  • Seminativi: 41,5%, cioè cereali, foraggere avvicendate, colture proteiche e industriali.
  • Prati permanenti: 28,4%, cioè prati e pascoli stabili.
  • Colture permanenti: 23,6%, cioè olivo, vite, frutta, agrumi e frutta in guscio.
  • Terreni a riposo: 4,1%.
  • Ortaggi: 2,4%.

Prati permanenti (675 mila ettari) e colture foraggere (507 mila) valgono insieme quasi la metà del biologico italiano. Seguono cereali (315 mila), olivo (286 mila) e vite (130 mila). Le colture che finiscono direttamente nel carrello fresco pesano poco in superficie: ortaggi 57 mila ettari, frutta 34 mila, agrumi 33 mila.

La composizione aiuta a leggere il calo. Una parte significativa dei circa 137 mila ettari persi riguarda prati permanenti e foraggere; le superfici in conversione diminuiscono soprattutto su prati e pascoli. La contrazione interessa quindi in misura rilevante la componente estensiva del biologico, legata agli allevamenti e alle aree interne.

La geografia del biologico

Il biologico italiano è un fenomeno soprattutto meridionale. Nel 2024 il Sud concentrava il 58% della SAU bio, il Centro il 23% e il Nord il 19%. Le regioni con più ettari nel 2025 sono:

RegioneSAU bio 2025 (migliaia di ettari)Quota bio sulla SAU regionale
Sicilia41029,8%
Puglia31324,0%
Toscana23833,1%
Calabria17736,0%
Sardegna17014,5%
Emilia-Romagna15914,5%
Basilicata15131,9%
Lazio13222,6%
Marche13228,5%
Campania11625,2%

Le quote regionali più alte si registrano in Valle d’Aosta (40,9%, quasi interamente prati e pascoli alpini), Calabria (36,0%), Toscana (33,1%) e Basilicata (31,9%). I valori più bassi si trovano nelle grandi pianure del Nord: Veneto 4,8%, Piemonte 5,2%, Lombardia 5,3%. In queste aree la conversione risulta meno diffusa nei sistemi agricoli e zootecnici intensivi.

Figura 2 – SAU biologica e principali orientamenti produttivi per regione (migliaia di ettari)
Figura 2 – SAU biologica e principali orientamenti produttivi per regione (migliaia di ettari). Fonte: SINAB – Ismea, infografiche Bio in Cifre 2026, pag. 2.

Operatori, allevamenti e acquacoltura

Gli operatori biologici scendono a 95.389 (−1,8%). Calano i produttori esclusivi e i preparatori esclusivi, mentre crescono i produttori/preparatori e gli importatori. I produttori/preparatori sono aziende agricole che trasformano direttamente, in proprio o presso terzi, parte delle proprie produzioni: un modello coerente con l’obiettivo di filiere più corte richiamato anche dal Reg. (UE) 2018/848.

Chi esce e chi entra

Categoria di operatoreNumero 2025Variazione sul 2024Quota sul totale
Produttori esclusivi70.400−2,6%73,8%
Produttori preparatori15.016+2,1%15,8%
Preparatori esclusivi9.376−2,0%9,8%
Importatori597+4,0%0,6%

I produttori esclusivi coltivano o allevano e vendono la materia prima senza trasformarla. Rappresentano la quota maggiore del sistema e registrano il calo più consistente: circa 1.900 operatori in meno in un anno. Sono anche i soggetti più esposti ai prezzi all’origine.

I produttori/preparatori trasformano anche la propria produzione, direttamente o presso terzi. Crescono del 2,1%. Il dato suggerisce una maggiore tenuta delle aziende che riescono a trattenere una parte del valore aggiunto.

I preparatori esclusivi diminuiscono del 2,0%. Gli importatori aumentano del 4,0%, fino a 597 operatori, in coerenza con la crescita dei flussi dall’estero.

Gli ettari diminuiscono del 5,4%, mentre le aziende del solo 1,8%. La differenza è compatibile con una contrazione concentrata nelle aziende estensive, caratterizzate da superfici medie più elevate, più che nelle aziende orticole o frutticole intensive.

Gli allevamenti biologici

La zootecnia biologica italiana nel 2025 conta:

SpecieCapi biologici 2025Quota sul totale nazionale
Avicoli4.199.2272,7%
Ovini556.67210,6%
Bovini416.9497,2%
Api (arnie)220.28614,5%
Caprini100.24911,6%
Suini35.3290,5%

Il biologico è forte negli allevamenti estensivi e pastorali: capre e pecore superano il 10% del patrimonio nazionale, le arnie arrivano al 14,5%. È debole dove l’allevamento è intensivo e i costi dell’alimentazione pesano di più: suini allo 0,5%, avicoli al 2,7%.

L’apicoltura biologica rappresenta il 14,8% degli apicoltori a livello nazionale.

L’acquacoltura

L’acquacoltura biologica resta una nicchia: 61 operatori (−4,7%) e 13,2 mila tonnellate di produzione. Le cozze rappresentano il 93% dei volumi; seguono orate (3%), altre specie (2%), spigole e piante acquatiche, comprese le alghe (1% ciascuna). Gli impianti sono concentrati in poche regioni costiere.

I consumi: 4,44 miliardi, un carrello che evolve

Nel 2025 le famiglie italiane hanno speso 4,44 miliardi di euro in prodotti biologici per il consumo domestico, con una crescita del 9,2% in valore e del 7,2% in volume. Il bio arriva al 4,0% della spesa agroalimentare, lo 0,4 punti in più del 2024.

Crescono sia i volumi sia i prezzi

La crescita in valore (+9,2%) supera quella in volume (+7,2%), indicando un aumento medio dei prezzi al consumo vicino al 2%. Nel 2024 era avvenuto il contrario: valore +2,9%, volumi +4,3%. Il dato riguarda però i prezzi al consumo, non quelli all’origine. FederBio segnala per il 2025 una riduzione dei prezzi riconosciuti ai produttori nonostante la crescita della domanda. Se confermato, l’aumento di valore al consumo non si è trasferito alla produzione. Nello stesso anno i prezzi dei prodotti convenzionali sono aumentati più rapidamente di quelli biologici, riducendo il differenziale di prezzo e rendendo il bio relativamente più accessibile.

Dove si compra il bio

CanaleQuota 2025Andamento 2025
Supermercati37,0%1,65 miliardi, +11,7%
Dettaglio tradizionale (compresi i negozi specializzati)21,5%+13,4%, circa +113 milioni
Ipermercati19,8%+5,1%
Discount14,9%crescita in rallentamento rispetto al +10,2% del 2024
Liberi servizi6,8%leggera contrazione

Il supermercato resta il cuore del mercato bio, con oltre un terzo della spesa. La grande distribuzione nel suo insieme vale circa il 64% del totale; dieci anni fa era il 48%.

Nel 2025 il dettaglio tradizionale, compresi i negozi specializzati bio, torna a crescere più della media (+13,4%) dopo anni di erosione. Il dato segnala una ripresa di questo canale, legato a maggiore assortimento e servizio.

Il discount rallenta rispetto al 2024, ma mantiene circa il 15% della spesa bio. È anche uno dei canali con maggiore pressione sui prezzi di acquisto, condizione che può favorire l’impiego di prodotti importati a minor costo.

Figura 3 – Consumi domestici 2025: valore, distribuzione territoriale e canali di vendita
Figura 3 – Consumi domestici 2025: valore, distribuzione territoriale e canali di vendita. Fonte: SINAB – Ismea, infografiche Bio in Cifre 2026, pag. 8.

Cosa c’è nel carrello

CategoriaQuota sulla spesa bio 2025Variazione 2025
Latte e derivati24,3%+17,7%
Frutta24,2%+9,3%
Ortaggi18,5%+6,9%
Derivati dei cereali10,4%n.d.
Altri prodotti alimentari9,6%circa +10%
Uova fresche4,7%+14,9%
Altri comparti (carni, ittico, miele, salumi, vini, birra)3,4%carni −10,9%, salumi −15,6%
Bevande analcoliche2,9%n.d.
Oli e grassi vegetali2,0%−11,6%

L’ortofrutta fresca vale da sola il 42,7% della spesa bio. È anche il comparto in cui il dettaglio tradizionale pesa di più: un terzo degli ortaggi bio e oltre un quarto della frutta bio passano da negozi specializzati, fruttivendoli e mercati.

Latte e derivati sono la prima categoria e la più dinamica, con una crescita prossima al 18%. Il dato contrasta con la riduzione di pascoli e foraggere biologiche, che costituiscono la base alimentare delle filiere zootecniche.

Calano invece carni, salumi e oli. Per l’olio pesa anche il livello elevato dei prezzi successivo alle campagne produttive scarse; per carni e salumi resta rilevante il differenziale di prezzo rispetto al convenzionale.

Figura 4 – Composizione del carrello bio e canali per categoria di prodotto
Figura 4 – Composizione del carrello bio e canali per categoria di prodotto. Fonte: SINAB – Ismea, infografiche Bio in Cifre 2026, pag. 9.

Il Sud traina

AreaQuota della spesa bio 2025
Sud e Sicilia29,2%
Nord-Ovest26,6%
Centro e Sardegna23,6%
Nord-Est20,6%

Nel 2025 Sud e Sicilia diventano la prima area per spesa bio, con circa 1,3 miliardi di euro e una crescita del 13,7%, oltre quattro punti sopra la media nazionale. È un cambiamento rispetto alla tradizionale concentrazione dei consumi nel Nord. Il Mezzogiorno, già centrale nella produzione, aumenta anche il proprio peso nei consumi.

Le importazioni: cosa arriva e da dove

Nel 2025 l’Italia ha importato da Paesi extra Ue oltre 300 mila tonnellate di prodotti biologici, circa un quarto in più del 2024. Secondo l’analisi di Coldiretti Bio su dati della Commissione europea, l’Italia è diventata il terzo importatore europeo di bio extra Ue, dopo Paesi Bassi e Germania.

Le infografiche Bio in Cifre, basate sui certificati di ispezione registrati nella banca dati europea TRACES, descrivono la composizione dei volumi.

Che cosa importiamo

Tipologia di prodottoQuota sui volumi importati 2025
Cereali29,9%
Frutta fresca e secca20,0%
Colture industriali (soia, semi oleosi e simili)14,5%
Caffè, cacao, zuccheri, tè e spezie11,6%
Ortaggi e legumi10,6%
Oli vegetali7,2%
Prodotti trasformati6,2%

I flussi possono essere distinti in due gruppi, con significato economico diverso.

Il primo comprende prodotti che l’Italia non produce, o produce in quantità limitate: caffè, cacao, tè, spezie, zucchero di canna, banane e altra frutta tropicale. Rappresentano circa un quinto dei volumi. In questi casi l’importazione integra categorie non disponibili in misura significativa sul mercato nazionale.

Il secondo gruppo comprende prodotti che l’Italia produce: cereali, incluso il grano duro, legumi, soia e altre colture proteiche, ortaggi, olio d’oliva, frutta secca e frutta surgelata. Costituiscono la maggioranza dei volumi e possono entrare in concorrenza diretta con la produzione nazionale. I cereali rappresentano quasi il 30% delle importazioni; rilevante è anche la componente di soia e panelli proteici destinata ai mangimi. La riduzione di foraggere e cereali bio nazionali può quindi aumentare il fabbisogno di approvvigionamento estero degli allevamenti.

Da dove arriva

PaeseQuota sui volumi importati 2025
Turchia15,1%
Ecuador10,6%
Pakistan8,9%
Perù7,6%
Tunisia6,9%
Togo6,8%
Cina6,6%
Egitto4,9%
Ucraina4,3%
Serbia3,9%

I primi dieci Paesi coprono circa tre quarti dei volumi. Per area geografica, l’Europa non Ue è la prima fonte (26,0%), seguita da America del Sud (23,2%), Asia (21,7%) e Africa (21,3%). Molto più staccate America del Nord (5,5%), America centrale (2,0%) e Oceania (0,3%).

Tra i prodotti indicati dall’infografica per i principali fornitori ci sono banane, cacao, riso, ceci, fagioli, lenticchie, cipolle, patate, fave e panelli di soia, mais, grano duro, frutta surgelata, zuccheri, ortofrutta trasformata e olio d’oliva. Per l’olio, secondo Coldiretti Bio, il 99% di quello bio importato è extravergine e arriva soprattutto dalla Tunisia.

Figura 5 – Importazioni biologiche da Paesi terzi: prodotti, Paesi e aree di origine
Figura 5 – Importazioni biologiche da Paesi terzi: prodotti, Paesi e aree di origine. Fonte: SINAB – Ismea, infografiche Bio in Cifre 2026, pag. 7.

Import e crescita dei consumi: quanto pesano l’uno sull’altra

I dati disponibili non permettono di quantificare la quota della spesa bio italiana coperta da materia prima importata. Le tendenze sono però divergenti: i volumi acquistati dalle famiglie crescono del 7,2%, le importazioni extra Ue di circa il 25% e le superfici nazionali diminuiscono del 5,4%. Una parte delle importazioni confluisce in prodotti trasformati o mangimi e una quota può essere riesportata; resta comunque evidente la maggiore dipendenza dall’approvvigionamento estero.

Il calo delle superfici: alcune ipotesi

Il calo delle superfici biologiche del 2025 non sembra riconducibile a una sola causa. Diversi fattori incidono soprattutto sui nuovi ingressi e sul biologico estensivo a basso reddito per ettaro.

L’ingresso delle nuove aziende (conversioni) è in stallo

Le superfici certificate sono di fatto stabili (−0,5%), quelle in conversione crollano (−24,4%). Il calo non è dovuto a una fuga di massa dei biologici storici, ma a un blocco dei nuovi ingressi. Ismea lo ha descritto come un rallentamento delle nuove adesioni più che un arretramento della capacità produttiva.

Ogni anno una parte dei terreni in conversione completa il percorso e passa tra le superfici certificate, mentre un’altra parte esce dal sistema. Se i nuovi ingressi diminuiscono, la superficie in conversione si riduce rapidamente. Il dato 2025 indica proprio questo rallentamento.

La conseguenza è limitata nell’immediato ma più rilevante nel medio periodo. Le superfici in conversione non alimentano ancora l’offerta certificata; la loro riduzione incide quindi soprattutto sul potenziale produttivo dei prossimi anni.

Prati e pascoli: la parte più fragile del biologico

Secondo ISMEA, una parte significativa degli ettari persi riguarda prati permanenti e foraggere. Sono superfici con reddito per ettaro più basso e con un legame meno diretto con il mercato finale.

Un ettaro di pascolo genera valore soprattutto attraverso l’allevamento che lo utilizza. La convenienza dipende quindi dal prezzo riconosciuto ai prodotti zootecnici biologici e dal sostegno per ettaro previsto dalle misure pubbliche.

Quando la redditività dell’allevamento bio è bassa e il premio si riduce o diventa incerto, il pascolo biologico perde convenienza. Per un’azienda zootecnica estensiva la conversione può comportare variazioni gestionali limitate, ma aggiunge costi di certificazione, adempimenti documentali, controlli e vincoli su alimentazione e farmaci veterinari. Senza un differenziale economico adeguato, la permanenza nel sistema diventa meno attrattiva.

La zootecnia biologica mostra inoltre una difficoltà strutturale di affermazione sul mercato. In molte realtà la sostenibilità economica dell’adesione al metodo resta legata alla disponibilità dei sostegni pubblici.

La zootecnia biologica e la criticità del mercato

Le difficoltà della zootecnia biologica sono associate a costi di produzione elevati e prezzi spesso insufficienti. L’alimentazione rappresenta una delle principali voci di costo: i mangimi biologici hanno prezzi superiori a quelli convenzionali e la produzione nazionale di cereali e proteine bio non copre il fabbisogno. Ne deriva una dipendenza da soia, mais e panelli importati, evidente anche nella composizione delle importazioni.

I dati sui consumi completano il quadro. Nel 2025 la spesa per carni bio cala del 10,9% e quella per salumi bio del 15,6%. Il latte e i derivati crescono molto (+17,7%), ma una parte importante di questa domanda può essere soddisfatta con latte e formaggi prodotti in altri Paesi europei, dove la zootecnia biologica è più organizzata. Un allevatore italiano di bovini da carne bio, invece, si trova con costi alti e una domanda in calo.

Il contributo pubblico: discontinuità e incertezza

Il sostegno pubblico al biologico passa soprattutto dalla Politica agricola comune. Nel periodo 2023-2027 lo strumento principale è l’intervento SRA29 dello sviluppo rurale, gestito dalle Regioni: un pagamento annuale per ettaro per conversione o mantenimento, associato a impegni pluriennali. Le differenze regionali riguardano tempi di apertura dei bandi, risorse disponibili e scelta tra conversione e mantenimento. Per chi deve affrontare due o tre anni di conversione senza poter ancora vendere a prezzo bio, continuità e prevedibilità del sostegno incidono direttamente sulla decisione di aderire.

Incidono anche i cicli di programmazione. Molte aziende sono entrate nel biologico con i bandi dei precedenti Programmi di sviluppo rurale e impegni quinquennali. Alla scadenza devono valutare il rinnovo alle nuove condizioni. Premi meno favorevoli o misure alternative, come sistemi di qualità nazionali o interventi sul benessere animale, possono ridurre la convenienza relativa del biologico.

Un’ulteriore alternativa è rappresentata dagli eco-schemi del primo pilastro della PAC, introdotti nel 2023. Remunerano specifiche pratiche ambientali senza richiedere una certificazione biologica di parte terza. Per alcune aziende estensive questo riduce il differenziale economico tra adesione al biologico e altre misure ambientali.

Resta infine l’incertezza sul quadro successivo al 2027. La proposta della Commissione europea per il bilancio 2028-2034, presentata nel luglio 2025, prevede una profonda riorganizzazione della PAC. Per chi deve assumere impegni pluriennali, l’assenza di un quadro stabile sul sostegno futuro può favorire il rinvio delle nuove adesioni.

Il premium price sempre meno agricolo

Nel 2025 i prezzi alla produzione del biologico sono diminuiti nonostante la crescita della domanda. Tra le possibili cause figurano la concorrenza delle importazioni, il diverso potere contrattuale lungo la filiera e la crescita dei canali orientati a grandi volumi e prezzi contenuti. Se l’industria può approvvigionarsi all’estero a prezzi inferiori, il prezzo offerto alla produzione nazionale subisce una pressione al ribasso.

Il premium price pagato dal consumatore tende così a trasferirsi solo in parte alla produzione primaria. Poiché il biologico può comportare rese inferiori e maggiori costi di gestione, la riduzione del differenziale di prezzo aumenta il peso del sostegno pubblico nell’equilibrio economico aziendale.

Adempimenti amministrativi e certificazione

La riduzione delle nuove adesioni può essere collegata anche all’aumento dei costi di produzione e al peso degli adempimenti amministrativi, soprattutto nelle aziende piccole e medie. Con l’entrata in applicazione del Reg. (UE) 2018/848 sono aumentati i requisiti di evidenza, tracciabilità e controllo. I relativi costi fissi incidono proporzionalmente di più sulle aziende meno strutturate.

Il sistema sanzionatorio

Il sistema sanzionatorio e il catalogo delle non conformità rappresentano un ulteriore elemento da considerare. Un impianto percepito dagli operatori come fortemente punitivo può ridurre l’attrattività del sistema, soprattutto per i nuovi ingressi.

Clima e geopolitica

Tra i possibili fattori rientrano anche gli effetti climatici e le tensioni geopolitiche. Il biologico italiano è concentrato nel Mezzogiorno e nelle isole, aree particolarmente esposte a siccità e ondate di calore. La grave siccità del 2024 in Sicilia e in parte del Sud ha avuto effetti su pascoli, foraggi e cereali anche nel 2025.

Le tensioni geopolitiche agiscono soprattutto sui costi. Energia, fertilizzanti organici, trasporti e materiali sono aumentati dopo il 2022 e non sono più tornati ai livelli precedenti. Per chi ha margini già stretti, ogni aumento pesa.

Le importazioni

Le importazioni completano il quadro. Nel 2025 i volumi di biologico provenienti da Paesi extra Ue sono aumentati di circa il 25%. Per le produzioni disponibili anche in Italia, l’aumento dell’offerta estera può esercitare pressione sui prezzi e sulla convenienza della produzione nazionale.

Il quadro d’insieme

CausaChi colpisce di più
Blocco delle nuove conversioninuovi ingressi
Fragilità di prati e pascoliaziende estensive, aree interne
Crisi della zootecnia bioallevatori, soprattutto da carne
PAC incerta e bandi discontinuichi deve decidere se convertire o rinnovare
Prezzi all’origine in caloproduttori esclusivi
Costi, burocrazia, certificazionepiccole aziende e aziende estensive
Clima e geopoliticaMezzogiorno, isole, allevamenti
Concorrenza dell’importcereali, legumi, olio, proteine

Il quadro che emerge è coerente: il biologico italiano è cresciuto anche grazie ai premi, soprattutto sulle superfici estensive del Sud. Oggi il sostegno è meno prevedibile, i prezzi all’origine sono sotto pressione e aumenta la concorrenza dell’import. Il risultato è un rallentamento dei nuovi ingressi e una maggiore fragilità delle aziende meno legate al mercato.

Domanda forte, offerta nazionale debole

Nel 2025 il mercato biologico italiano mostra una crescente distanza tra consumi e base produttiva nazionale. La domanda aumenta, le superfici diminuiscono e una parte del fabbisogno viene coperta dalle importazioni extra Ue.

Tre curve che divergono

IndicatoreVariazione 2025
Volumi di prodotti bio acquistati dalle famiglie+7,2%
Valore della spesa bio+9,2%
Importazioni bio da Paesi terzi (volumi)circa +25%
Superfici biologiche totali−5,4%
Superfici in conversione−24,4%
Produttori agricoli esclusivi−2,6%
Importatori+4,0%

In un mercato ordinario, una crescita della domanda del 7% in volume e prezzi al consumo in aumento dovrebbe incentivare l’offerta. Nel biologico italiano del 2025 questo meccanismo appare attenuato: il segnale di mercato arriva solo in parte alla produzione primaria.

Perché il mercato non trasmette il segnale

La prima ragione è la diversa composizione di domanda e offerta. Quasi metà del carrello bio è costituita da frutta e ortaggi freschi e circa un quarto da latte e derivati; quasi metà delle superfici biologiche italiane è invece occupata da prati, pascoli e foraggere.

La seconda riguarda la struttura della filiera. Tra campo e scaffale si susseguono più passaggi e la distribuzione è concentrata. La crescita della spesa si ripartisce lungo la filiera e la quota che raggiunge il produttore di materia prima può restare limitata. L’approvvigionamento estero a prezzi inferiori accentua questa pressione e tende a rendere anche la materia prima biologica più sostituibile.

La terza ragione è temporale. La domanda può cambiare in pochi mesi; l’offerta biologica richiede anni. Chi converte oggi potrà vendere come biologico solo dopo il periodo previsto e deve quindi valutare prezzi e sostegni futuri in un contesto incerto.

Una riflessione

Nel breve periodo il mercato riesce a soddisfare la domanda: i consumatori trovano i prodotti, la distribuzione e l’industria ampliano le fonti di approvvigionamento e gli importatori crescono.

Nel medio periodo emergono però alcuni costi. La produzione nazionale perde spazio in un mercato in crescita; le aree interne e montane, dove il biologico estensivo sostiene attività agricole a bassa intensità, possono subire un ulteriore arretramento; i benefici ambientali associati alla gestione biologica restano nei territori in cui il metodo viene effettivamente applicato.

Esiste anche un tema di controllo. Il biologico importato deve rispettare il quadro normativo europeo, ma filiere più lunghe e articolate richiedono sistemi di verifica efficaci. Le autorità europee e nazionali hanno segnalato negli anni casi di frode su alcune partite provenienti da Paesi terzi. La maggior parte dell’import è regolare, ma una maggiore dipendenza estera amplia l’esposizione a questo tipo di rischio.

Il biologico italiano resta tra i più estesi d’Europa, la base certificata è quasi stabile e i consumi crescono. Il 2025 non descrive una crisi del settore, ma segnala una tendenza da seguire: più domanda e meno superfici nazionali.

Le possibilità di miglioramento

Le principali leve riguardano la convenienza della conversione, la quota di valore che raggiunge la produzione e la riconoscibilità dell’origine italiana.

Il marchio per il biologico italiano

In occasione della Giornata europea del biologico 2026 è stato presentato il Marchio biologico italiano, previsto dalla legge n. 23 del 2022 sulla produzione biologica. È un marchio volontario che identifica i prodotti bio ottenuti da materia prima 100% italiana.

Il Marchio biologico italiano offre al consumatore uno strumento per distinguere, a parità di logo europeo, il bio ottenuto da materia prima italiana. La sua efficacia dipenderà dalla diffusione tra imprese e marche, dalla riconoscibilità sullo scaffale e dalla capacità di trasferire alla produzione l’eventuale maggiore disponibilità a pagare per l’origine italiana.

Certezza dei premi all’impegno

Il sostegno pubblico incide direttamente sulle nuove conversioni. Per assumere un impegno pluriennale, l’azienda deve conoscere con anticipo disponibilità, durata e condizioni delle misure.

Nell’attuale programmazione ciò significa bandi SRA29 regolari, con risorse dedicate sia alla conversione sia al mantenimento. Per la PAC 2028-2034 il tema sarà garantire continuità e riconoscibilità al sostegno del biologico nel nuovo quadro programmatorio.

Serve inoltre coerenza tra strumenti. Se un eco-schema riconosce un sostegno vicino a quello del biologico senza richiedere certificazione, l’incentivo alla conversione si riduce. Una differenziazione proporzionata agli impegni può mantenere la convenienza relativa del sistema certificato.

Filiere e contratti che riconoscano il valore

Sul prezzo all’origine gli strumenti disponibili comprendono contratti di filiera pluriennali, formule legate ai costi di produzione, organizzazioni di produttori e distretti biologici capaci di aggregare l’offerta. Anche la grande distribuzione può incidere attraverso contratti stabili e criteri di approvvigionamento che valorizzino la materia prima italiana.

Un piano per la zootecnia e le proteine

Poiché la contrazione interessa soprattutto prati, pascoli e foraggere, la zootecnia richiede misure specifiche. Tra le opzioni: sostegno alle colture proteiche biologiche nazionali, valorizzazione commerciale delle produzioni da pascolo e investimenti nella trasformazione aziendale. La crescita della domanda di latte e derivati bio (+17,7% nel 2025) può sostenere queste filiere se una quota maggiore viene soddisfatta da produzione nazionale.

Semplificare senza banalizzare i controlli

La semplificazione amministrativa deve ridurre gli oneri senza indebolire i controlli, che restano alla base della fiducia nel sistema.

Tra gli strumenti disponibili rientrano la certificazione di gruppo prevista dal regolamento europeo, l’integrazione delle banche dati e il sostegno ai costi di certificazione per le piccole aziende. I controlli possono invece essere concentrati maggiormente sulle aree e sui flussi a rischio più elevato, comprese le importazioni.

Trasparenza sull’origine

Il logo europeo prevede già le indicazioni “agricoltura Ue” e “agricoltura non Ue”, ma sono poco visibili e non sempre comprese. Una comunicazione più chiara sull’origine può aiutare il consumatore a distinguere le diverse provenienze.

Domanda pubblica e mense

La domanda pubblica può offrire un mercato programmabile. Le mense scolastiche, ospedaliere e aziendali acquistano volumi rilevanti e i criteri ambientali minimi per la ristorazione collettiva prevedono già quote di biologico. Nei limiti delle regole sugli appalti, il collegamento con filiere nazionali o locali può rafforzare la stabilità della domanda.

Conclusioni

Nel 2025 il biologico italiano vende di più ma utilizza meno superficie agricola. Il fenomeno combina sostegni meno prevedibili, prezzi all’origine sotto pressione, difficoltà della zootecnia estensiva e crescita delle importazioni.

La base certificata resta quasi stabile, i produttori/preparatori crescono e i consumi sono in aumento. Il punto debole è il ricambio: il forte calo delle superfici in conversione riduce il potenziale di crescita dei prossimi anni.

Il rischio è un progressivo aumento della distanza tra consumo biologico e produzione nazionale. In questo scenario il mercato continuerebbe a crescere, ma con minori ricadute sul reddito agricolo, sui territori e sulla gestione ambientale delle superfici italiane.

La PAC 2028-2034, il nuovo Marchio biologico italiano e i dati del 2026 saranno elementi utili per capire se il calo del 2025 rappresenta un episodio isolato o l’avvio di una fase strutturalmente diversa.

Note

  1. I dati vengono dalle infografiche Bio in Cifre 2026, pubblicate da SINAB e Ismea per il Ministero dell’Agricoltura in occasione della Giornata europea del biologico del 23 settembre 2026. Raccolgono le informazioni degli Organismi di controllo, dell’Istat, dell’Anagrafe zootecnica, dell’Osservatorio Ismea-NielsenIQ sui consumi e della banca dati europea TRACES sulle importazioni, elaborata da CIHEAM Bari e Università Politecnica delle Marche.
  2. Le stime sulla ripartizione tra superfici certificate e in conversione sono un’elaborazione degli autori. Derivano dalle variazioni comunicate da Ismea (−0,5% e −24,4%) e dal totale di circa 2,51 milioni di ettari del 2024; risultano coerenti con il grafico dell’infografica ISMEA (Dati 2026).

Sitografia

Gli autori

Donato Ferrucci, Dottore Agronomo, Libero professionista, coach e formatore. Docente Tecniche di audit e Sistemi qualità e certificazione dei prodotti agroalimentari. Membro della redazione di rivistadiagraria.org, settore Certificazione e Qualità dei prodotti agroalimentari. Sugli stessi svolge docenze rivolte a operatori e tecnici del comparto agroalimentare. Per info: Google “Donato Ferrucci Agronomo”.

Nicolò Passeri, Dottore Agronomo, libero professionista. Consulente per imprese agricole ed agroalimentari in ambito tecnico legale. Svolge analisi economico-estimative e di marketing dei processi produttivi. Supporta le imprese nella valorizzazione in filiera delle produzioni e nello sviluppo dei sistemi di certificazione volontari e regolamentati. Docente presso ITS Academy Agroalimentare.

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